messaggeroveneto Extra - Il giornale in edicola
Elenco TitoliStampa questo articolo
 
MARTEDÌ, 13 GENNAIO 2009
 
Pagina 9 - Gorizia
 
Intervista al neo-presidente della Fondazione Crup, Lionello D’Agostini, sul rapporto tra l’istituzione e il mondo della formazione. Bilancio dei primi anni del “Messaggero Scuola” e progetti per i prossimi
 
Binomio scuola-giovani: bussola per orientarsi nel futuro
 
«Il Messaggero-Scuola: un’utile palestra per la formazione dei ragazzi»
 
 
 
 

Abbiamo intervistato Lionello D’Agostini che il 2 gennaio è stato eletto successore di Silvano Antonini Canterin alla presidenza della Fondazione Crup, un ente che ha sempre mostrato grande attenzione nei confronti del mondo dei giovani e della scuola e che da undici anni sostiene l’esperienza del Messaggero Veneto-La Scuola.
Presidente, possiamo fare un bilancio degli ultimi dieci anni del rapporto tra la Fondazione Crup e i giovani?
«Non è facile fare un bilancio di dieci anni, riassumendo in quattro parole c’è sempre il rischio di omettere cose importanti, ma è senza dubbio un bilancio considerevole anche perché sviluppatosi lungo itinerari di disponibilità finanziaria che è cresciuta nel tempo permettendo di realizzare notevoli progetti nell’ambito di una strategia che si rivolgeva al binomio scuola e giovani e che è stato seguito con particolare attenzione: analizzando i bilanci delle erogazioni fatte e degli interventi che sono stai sviluppati nel tempo ci si accorge che c’è una ragione logica che conduce dalla formazione di base, dalle scuole dell’infanzia, attraverso elementari, medie, superiori fino all’università e a corsi, stage, master post lauream e alle realtà di formazione professionale dei giovani. Questo desiderio di rivolgersi ai giovani, che rappresentano il futuro e lo sviluppo della società, e alla scuola, il luogo dove avviene la formazione dei ragazzi, è la bussola che ci deve tenere orientati anche ora che dovremo fare i conti con minori disponibilità rispetto agli anni precedenti: dovremo quindi contrarre un po’ la quantità o rivedere i meccanismi di assegnazione, ma la politica d’intervento a sostegno di questo comparto (giovani, istruzione e formazione) rimane integra».
La rotta resterà quella, ma quali saranno i meccanismi di selezione dei contributi: “a pioggia” o interventi mirati?
«Bisogna fare una precisazione su quelli che vengono definiti, qualche volta in maniera un generica, “contributi a pioggia”. Qualcuno pensa che siano soldi gettati indistintamente per essere raccolti da chi è più attento o più furbo: in realtà non è mai stato così, non si sono mai buttati i soldi. Ci sono tanti contributi minori, come entità, che vengono assegnati in realtà piccole, per esempio a paesi di montagna dove esiste un unico circolo culturale: dare poche migliaia di euro in quel contesto vuol dire tenere accesa una fiammella. Questo va moltiplicato per tutte le piccole realtà sociali del nostro territorio legate alla cultura, ma anche all’assistenza, al volontariato, realtà che con cifre modeste riescono comunque a portare avanti un loro discorso importante nella società: questi non sono soldi buttati a pioggia, questi, che noi chiamiamo “interventi minori”, sono tutti finanziamenti mirati, rientrano tutti in una logica complessiva che è la stessa dei progetti importanti, finanziamenti da centinaia di migliaia di euro che hanno una dimensione, una portata, una valenza di natura strategica. Prima accennavo alla revisione dei meccanismi: a breve inizieremo a studiare nuovi criteri con cui affronteremo quelle domande, ridurre tutte le erogazioni di una certa percentuale potrebbe essere un criterio, ma noi riteniamo che debba essere studiato qualche altro meccanismo per selezionare ulteriormente le eccellenze, le caratteristiche intrinseche dei progetti e delle associazioni, degli enti che li promuovono. Cioè dovremo fare una selezione più rigida e severa stabilendo una gerarchia delle priorità d’intervento».
Il 20 gennaio il Messaggero Veneto-La Scuola, questa finestra sul mondo dei giovani e della scuola, si allargherà con uno spazio dedicato alle elementari: già in passato abbiamo evidenziato come la Fondazione abbia con lungimiranza anticipato di quasi un decennio altre iniziative investendo in questo progetto che quindi continua a essere per voi importante...
«Esattamente: questa è stata un’iniziativa che abbiamo realizzato per primi proprio qui a Udine grazie alla disponibilità del Messaggero Veneto che ne ha capito subito la potenzialità. L’abbiamo realizzata perché credevamo, e continuiamo a credere, nella capacità di questo mezzo di sviluppare il pensiero e l’attitudine all’approfondimento nei ragazzi, che quando sono “costretti” a leggere e magari anche a scrivere devono mettere in moto qualche meccanismo interno, che è diverso da quello di assorbire, come invece oggi ci portano un po’ tutti a fare, tutte quelle propagande di ogni genere che ci vengono propinate. È una palestra che abbiamo ritenuto indispensabile per la formazione dei giovani, in quanto la strada per sviluppare nei ragazzi un autonomo pensiero critico sui fatti che accadono è proprio questa: leggere i giornali, ragionare sui fatti e poi esprimere le proprie opinioni sforzandosi di comunicare, sintetizzare il proprio pensiero, la propria convinzione per poterlo condividere, per confrontarsi con gli altri. A livello nazionale l’Osservatorio permanente Giovani-Editori ha intrapreso questa stessa strada con un progetto che coinvolge parecchie fondazioni, mentre noi continuiamo autonomamente ad andare avanti con la collaborazione del Messaggero Veneto. Ora questo progetto si allargherà anche alle elementari e valuto positivamente l’iniziare a sviluppare le capacità di analisi, di sintesi, di critica a partire dalla quinta elementare, l’età in cui i ragazzi cominciano a maturare pensieri autonomi, indipendenti».
Quale ruolo si vuole ritagliare la Fondazione Crup nel rapporto tra i giovani e la scuola?
«Le Fondazioni bancarie sono un corpo intermedio della società civile, come sono state definite anche dalla Corte costituzionale, che hanno funzioni sussidiarie, non devono cioè assolvere ai compiti primari attribuiti dalle leggi a chi di dovere, ma che intervengono a supporto laddove lo Stato non riesce a svolgere completamente il suo ruolo, o vuole irrobustirlo. Questa premessa per dire che la Fondazione non vuole ritagliarsi un proprio spazio identificativo, ma mira a sviluppare e sostenere quei progetti di valore, meglio ancora se di eccellenza, che nei diversi settori le istituzioni preposte avanzano e promuovono. Noi non facciamo altro che agevolare, dando un valore aggiunto, le iniziative che provengono dal mondo della scuola, della sanità, dell’assistenza, della ricerca, dalla società ritagliandoci un ruolo che non è specifico. Per esempio non siamo noi a promuovere la ricerca, ma valutiamo tra i tanti progetti di ricerca quali a nostro avviso hanno un impatto maggiore sul territorio, sui giovani, sulla formazione, e quindi li sosteniamo; oppure nella scuola non siamo noi che istituiamo corsi di informatica, di inglese o di altro, e non interferiamo assolutamente nella autonomia delle scuole, negli organi formati dai genitori, docenti e ragazzi, ma valutiamo tutte le richieste che ci giungono e sosteniamo, per quanto possibile, i progetti più importanti che la scuole stesse propongono e sviluppano».
E la stessa cosa vale nel rapporto tra i giovani e il mondo del lavoro?
«Esattamente: abbiamo favorito, e spero continueremo a favorire, processi di crescita e specializzazione per il mondo del lavoro, la formazione dei ragazzi alle attività professionali, ma anche giovani imprenditori. Va da sé che noi non finanziamo le imprese, ma facciamo in modo di sostenere i corsi di formazione, le iniziative volte alla specializzazione e i corsi di aggiornamento. La stessa cosa, voglio aggiungere, viene fatta nei confronti di corsi per persone adulte che vengono espulsi dal mondo del lavoro e che si trovano nella necessità di ritagliarsi un nuovo spazio professionale nella società. Anche in questi corsi di formazione per adulti la Fondazione è connessa col mondo del lavoro».
In conclusione, quale auspicio dobbiamo avere per questo 2009 che, visto il particolare momento storico, non possiamo certo dire sia iniziato nel migliore dei modi?
«Per la verità è stato il 2008 a non finire bene: come tutti sanno l’ultimo trimestre è stato sotto vari aspetti (finanziario, ma anche economico e produttivo) abbastanza preoccupante e nel 2009 siamo partiti in salita. Tuttavia con la consapevolezza che dobbiamo rimboccarci tutti un po’ le maniche, e con la fiducia che nella storia capitano ciclicamente questi momenti di debolezza a cui seguono sempre momenti di ripresa, noi dobbiamo lavorare proprio per questa ripresa. Parlo anche friulanamente: come popolo siamo abituati ad uscire da situazioni abbastanza complicate che devastarono il nostro territorio, e non mi riferisco solo al terremoto, ma anche a tutte le invasioni e le scorrerie che abbiamo subìto nel corso della storia, e a cui i friulani hanno sempre reagito caparbietà e rimboccandosi le maniche, andando anche oltre il risibile motto “fasin di besoi”. Da parte della Fondazione certo sarebbe più facile non dover far altro che distribuire soldi, come quando tutto va bene, dando a tutti in abbondanza, tuttavia questo, oltre che impossibile, non sarebbe nemmeno educativo: dobbiamo approfittare di questo momento di difficoltà da un lato per affermare con fiducia che con l’impegno di ciascuno le cose miglioreranno, e dall’altro per far capire che il risultato non arriva come la manna dal cielo, ma con l’impegno, la dedizione e il sacrificio che ognuno ci mette».
È difficile in questo momento per i giovani guardare con fiducia nel futuro, soprattutto quando molti adulti o i propri stessi genitori perdono il lavoro...
«Sì, non trascuro e non ignoro che ci sono fatti dolorosi, genitori con figli piccoli che vengono espulsi dal processo produttivo, che si trovano senza posto di lavoro: sono momenti dolorosi, difficili e complicati, tuttavia, senza voler fare genericamente atti di fiducia nel futuro, dico anche che ci sono le occasioni per tutti, anche per le persone adulte, per ricostruire la propria vita. Ci siamo abituati, deformando forse un po’ la nostra mentalità, a pensare che preso un lavoro, meglio se un posto statale, lì ci stiamo tutta la vita al riparo da qualsiasi problema finanziario, sanitario o altro. Sappiamo invece che nelle democrazie mature la vita lavorativa media di una persona prevede più cambi di mestiere, spesso anche radicali. Questo vuol dire che dobbiamo dotarci di una mentalità più flessibile, di una maggiore capacità di adattamento, per affrontare i momenti di crisi, di difficoltà, di emergenza: non possiamo sempre ottenere il massimo, raggiungere tutti gli obiettivi, bisogna sapersi adattare al momento e momentaneamente accontentare senza per questo abbandonarsi ad uno sfrenato e imprevidente ottimismo o al pessimismo cosmico che potrebbero giocarci brutti scherzi sul piano generale. Quindi non un’attesa messianica, ma mettendoci del nostro, rimboccandoci le maniche, perché come dico anche ai miei figli, nulla viene dato in regalo».
Jgor Scalmana